Parlami della Bellezza

Camminavamo l’uno a fianco all’altro, tirava un vento freddo ma non dava fastidio. Gli indicai la luce della locanda, entrammo, lui si guardò intorno come a cercare un posto che non c’era. Ci sedemmo l’uno di fronte all’altro. La cameriera ci portò acqua, vino e focaccia. Mi sorrideva ma sentivo che stava pensando e i suoi pensieri lo stavano portando lontano oltre quella locanda, quella sera, oltre quel tempo. Gli versai del vino e nel tintinnio dei bicchieri mi disse “che pensi”? Cercai di reggere il suo sguardo, “a nulla” risposi.

“È che cerco di leggere i tuoi pensieri ma non riesco, non sei qui; stai con me e parlami di qualcosa di bello, parlami della Bellezza”,

Lui posò il bicchiere sul tavolo, lo tenne tra le mani come a ricevere e dargli calore. Mi guardò come a leggermi dentro e abbozzando un sorriso sospirò, le sue ciglia si chiusero e riaprirono velocemente come si fosse destato in quel momento. Frugò nella tasca della giacca e tirò fuori un nastrino di raso rosso che mise sul tavolo, vicino al bordo, come avesse una funzione precisa; “forse deve ricordargli qualcosa”, pensai.

“Sono qui, certo che sono qui”, sorseggiò un po’ di vino e disse: “Della Bellezza io non so dirti nulla. Della Bellezza non si riesce a dare rappresentazione, di lei nessuno sa dire, non si può descrivere, né si può raccontare, della bellezza lo sai? Non si riesce a fare discorsi. È soffio e alito, è tempesta e brezza, è fruscio e rullo di tamburo. È silenzio e canto, è musica certo, ma quella tua, quella che solo tu riconosci… quella che quando l’ascolti tutto intorno a te si colora, anche quando è buio pesto e in cielo non ci sono neppure le stelle. La Bellezza è carezza, è abbraccio, è mano che si intreccia a un’altra, è un seno che risposa su di un petto, è coraggio, il coraggio del cuore. Lei viene prima d’ogni cosa e supera il tutto come il niente. La Bellezza si può soltanto guardare, sentire, percepire con i sensi, ma sta attento: solo con i sensi dell’anima e con i modi di vedere che ha il cuore. Eh! La Bellezza. La Bellezza non ha stagioni, non conosce né tempo né tempi. È neve, è pioggia, è vento che fa alzare foglie gialle e rosse, è un tramonto d’estate, è profumo d’erba, è un fiore che nessuno nota, è il colore di una rosa. La Bellezza ah! la Bellezza, amico mio, non ha età e non bisogna essere esperti per riconoscerla, non è necessaria nessuna esperienza per distinguerla. La Bellezza è il ricordo che torna dai meandri della memoria e ti rende capace di salire fino alle alte vette o giù in fondo alle meraviglie dei mari. Cosa vuoi che ti dica? Della Bellezza io non so dirti nulla. Della Bellezza non si riesce a dare rappresentazione, di lei nessuno sa dire, non si può descrivere, né si può raccontare, della Bellezza, te l’ho detto, non si riesce a fare discorsi.

Ma la Bellezza, stai attento, va solo ammirata sperando che anch’essa ti guardi e con te rimanga, amico mio il più a lungo, il più a lungo possibile”. La cameriera tornò e prese le ordinazioni, io allora misi il cesto di vimini tra me e il vecchio, con la mano sinistra presi un pezzo di focaccia ch’era calda, e con la destra ne diedi uno spicchio a lui, ma invece di metterla in bocca la tenne sospesa e senza togliere gli occhi dai miei mi disse: “ora parlami tu della bellezza, raccontami di quella bellezza che è calore, che è colore, quella che è unica e che rende più bella ogni cosa, parlami di quella bellezza che cerchiamo da sempre, quella che ci fa camminare sull’acqua e sul fuoco”. Mi sorprese perché io ero lì per ascoltare e temevo che se fossi stato io a raccontare lui si sarebbe allontanato, nascosto tra i suoi pensieri. Volevo invece che rimanesse lì con me il più a lungo possibile. Gli dissi: “io davvero non ne so nulla, posso dirti che adesso, ora, in questo momento, reputo bellezza i ricordi che tu evochi, era bello il vento che ci faceva sentire vivi, ed è bellezza stare qui con te condividendo il pane e il tempo”. “Sì”, disse lui, “certo, ma dimmi della bellezza come l’hanno pensata gli artisti che tu hai studiato”. “Portami con te dentro un’opera d’arte”. “Non sono capace Vecchio”. “Dai non fare lo stronzo e racconta”. Sorrisi e dissi “Ti ricordi quando, tanto tempo fa, mi portavi con te la mattina presto perché l’aria fresca, dicevi, mi avrebbe fatto bene? Se mi concentro sento ancora il profumo dell’erba della menta, delle ginestre, ricordo bene le gocce della rugiada che pendevano dai fiori e dalle foglie.

È quel ricordo che ora mi fa pensare alla bellezza”. Sospirò e guardò verso la finestra, sentivo chiaro che pensava a lei, la sua espressione si fece intensa e malinconica. Allora presi il tovagliolo e feci spazio affinché la cameriera potesse disporre i piatti. Poi dissi “vuoi che ti parli della bellezza? E va bene. Gli esempi sono davvero tanti e i simboli da millenni indicano che fu una dea a fare da varco per giungere all’assoluto, al creatore, all’origine d’ogni bellezza, e a permettere a questi di manifestarsi alle umane creature; in molte civiltà questo è palese dai reperti, dai documenti. La Bellezza per gli antichi era la donna che poteva percepire ciò che l’uomo guerriero non avrebbe potuto né sentire, né ascoltare perché troppo impegnato in strategie di potere e di possesso; la bramosia, la cupidigia come si diceva un tempo. L’uomo è sempre stato cultore e vittima della cupidigia. La bellezza si esprimeva, un tempo, con quelle donne che governavano la tribù e i riti al tempio, evocavano Gea che con l’aiuto di Eros creò dal Caos il Cosmo, summa bellezza. Era una donna bella di una bellezza radiante, afroditica, che da Psiche si irradiava all’esterno fino rendere radioso il Soma.

Era una donna che sapeva che la bellezza si realizzava con la consapevolezza di amare senza chieder nulla in cambio se non solo di essere amata”. Il vecchio guardava il piatto e poi guardava me, mangiava e sorrideva e m’incalzava “e poi?”. “E poi e poi”, risposi io. “La bellezza si è espressa nel tempo, ad esempio in quelle storie che narrano di donne che hanno saputo trovare il bello anche nella tristezza di un matrimonio imposto da logiche di potere. E sanno di bellezza anche quelle storie di donne che non si vollero piegare a nessuna imposizione, a nessun compromesso pur di testimoniare fino all’ultimo respiro la loro dignità di donne libere. È una bellezza dimenticata questa, sono storie che gli uomini hanno fatto e fanno fatica a raccontare. Pensa ad esempio a quelle donne che mantengono lo stile delle regine anche se vestite di stracci, o la storia di ragazzine costrette a indossare i panni delle regine per dare soddisfazione a vacui e squallidi uomini ricchi, più attenti al contenitore che al contenuto. La bellezza appartiene alla storia di quelle donne che sanno conservare un sogno di bimba anche quando il tempo ha suonato gli ultimi rintocchi.

Sono storie di Bellezza quelle che raccontano di donne sole in mezzo a tanta gente, quelle di donne sorridenti che piangono lacrime che nessuno vede, o quelle di donne caparbie e tenaci che sanno usare la tenerezza e la forza per infondere coraggio anche all’uomo più pavido. Sono storie di Bellezza quelle che narrano di figure femminili indomite mai conquistate o quelle che sanno commuoversi fino alle lacrime ma che subito dopo sono pronte a fare guerra per difendere un’idea, un diritto negato, una fede in qualcosa. Sono Donne che sanno mettere quiete con un sorriso e placare anche l’animo più iroso”. “Ma che belle parole” mi fece lui posando il cucchiaio in diagonale tra il bordo del piatto e la tovaglia di carta paglia. “Ma ora parlami della bellezza nell’arte, se la bellezza è donna fin dai tempi antichi, allora, prima che torni di nuovo la cameriera a levare i piatti, parlami di quella donna preistorica, quella scolpita trovata in Austria nei primi anni del 1900”.

“La Venere di Willendorf, la conosci?”, feci io. “Sì quella lì, ma perché l’hanno chiamata Venere, che ha di Venere quella donna?”. “Quella donna scolpita nell’arenaria è stata datata come reperto del 32.000 a.C. e secondo alcuni studiosi la tribù preistorica trovava il suo ideale di bellezza in questa statua di arenaria trovata in Austria. Ma a cosa voleva dar figura questo scultore preistorico? La statua non ha i lineamenti del viso, un copricapo che fa immaginare una tessitura di fili e perline copre tutto il capo, non serviva che avesse una fisionomia particolare, né che fosse riconosciuta. Eppure questo anonimo scultore o scultrice aveva una maestria che niente ha a che fare con un assioma molto diffuso anche tra gli studiosi: preistorico uguale rozzo e negligente.

Questo preistorico artista ha usato più di uno strumento, ha dovuto considerare la durezza dell’arenaria e soprattutto la sua fragilità. Ha sgrossato prima il pezzo di pietra con arnesi robusti studiando bene dove colpire perché il blocco restasse integro, e poi con scalpelli più fini ha assottigliato il collo dosando bene la pressione dei colpi del metallo e della mazza. Con punte più sottili ha graffito le mani sopra i seni, minuziosamente; si possono distinguere le dita. Poi ha definito i seni in maniera perfetta. Guarda l’immagine nel tablet, se le mani sono stilizzate, sottili e filiformi, i seni invece appaiono naturali, ripresi dal vero, uno più sceso; i capezzoli al loro anatomico posto. Il ventre e l’ombelico sono descritti da chi conosce bene l’anatomia di una donna certamente sovrappeso, forse incinta, poi sotto i fianchi ha definito le cosce e la pancia che ricopre il bacino, le forme debordano. Ma se in un individuo di sesso femminile con quest’anatomia non mostrerebbe il pube perché nascosto dalla fascia ventrale e dalle cosce, l’artista del 30000 a.C., ha invece messo il pube e la vagina bene in evidenza. Con tre linee finemente incise, ha dato forma al monte di venere e alle grandi labbra che si aprono rimanendo segmenti paralleli che completano il triangolo. La scultura manca di caviglie e piedi, chiare sono le fratture alla fine del polpaccio.

Non interessava che avesse le forme di una miss mondo, la bellezza per l’uomo “antico” era, molto probabilmente, una donna capace di dare nutrimento ai figli e di accogliere il seme del maschio perché la progenie avesse a proseguire il cammino della vita e superare la morte. Verosimilmente la statua era un elemento votivo che assicurava prosperità, latte materno e figli che avessero modo di proseguire il cammino dei genitori. Non servivano delle siluette dall’aura anoressica, serviva piuttosto l’abbondanza di una donna il cui involucro era depositario della vita che vinceva l’ancestrale paura della morte. “Ora mi piace di più quella cicciona. Dai e poi?” Aveva gli occhi finalmente vispi e le linee intorno alla bocca erano distese. Mi assestai meglio sulla sedia, posai le posate nel piatto e poggiai le braccia sul tavolo. “Sì però mangia e parla” disse lui . “Poi, più o meno nel 364 a.C. Prassitele compie una vera e propria rivoluzione per quanto riguarda la raffigurazione nella plastica scultorea. Pare che come modella scelse una cortigiana, Frine, bellissima, tanto da paragonare i suoi lineamenti e le sue forme ad Afrodite, la dea della bellezza. Ora però ti devo fare una premessa, spero di non annoiarti”. “Mi annoi se fai le pause, mi fai sbadigliare se smetti di raccontare, quindi continua e non rompere”, disse lui cercando il coltello che era finito sotto al bordo rialzato del piatto.

“Venere non era soltanto bella da far innamorare uomini e dei, lei aveva il dono della bellezza radiante cioè era l’unica entità femminile che emanava una energia capace di rendere luminoso anche l’animo più oscuro. Aveva la capacità di guarire anche l’essere più inquieto, tanto che Alessandro Filipepi, passato alla storia come Botticelli, la dipinse, nell’opera “Venere e Marte”, vestita mentre veglia su un di un Ares, dio della guerra, addormentato. Lui dorme e non si accorge che dei satiri lo disarmano di lancia, corazza e spada.

Dorme e non lo sveglia da questo prodigioso sonno nemmeno quel satiro che, con le gote gonfie armato di conchiglia, suona vicino al suo orecchio. Ha fatto l’amore con lei e nel sonno rigenera il suo anemos, l’anima, lo spirito reso oscuro dalle litigiosità e dalla guerra. Ma torniamo a Frine, lei è una cortigiana accusata di aver corrotto un potente del tempo, forse un politico, forse un ricco commerciante e per questo condotta davanti ad un tribunale per essere giudicata. La storia non dice con precisione chi mosse l’accusa, possiamo ipotizzare che fosse un pretendente deluso perché non ebbe a beneficiare delle grazie di Frine, oppure un politico avverso a quello che invece ne aveva beneficato. Il fatto che mi preme descriverti è come evolse il processo. Il giudice ascoltò l’accusa che cercò di far incolpare la giovane ragazza per frode. Il pubblico ministero con aria severa lesse i capi d’imputazione, poi venne il turno dell’avvocato, della difesa che formulò l’arringa perché fosse assolta. Immagina la scena, l’agorà piena di gente, lo spazio dove avveniva il processo che brulicava di curiosi, megere invidiose, e uomini che avevano scommesso sulla sorte della bella Frine.

Immagina i mormorii, i pettegolezzi, gli sguardi morbosi. L’avvocato di lei si alzò dalla panca e le andò vicino. Nel 1861Jean Léon Gérôme la dipingerà avvolta da una veste che le copriva persino il capo, lo sguardo verso il pavimento e il volto coperto dall’avambraccio. Lei si vergognava, immagina come doveva sentirsi. Nel dipinto appare nuda, stante, i piedi nudi su di un freddo pavimento di marmo. L’avvocato, dunque, si avvicina ed esclama: “ Ma quali colpe ha Frine se Zeus le ha donato un corpo così bello?” e tirando il lembo della veste la scopre, lei resta nuda davanti alla corte, agli avvocati, agli accusatori, alla platea tutta. Frine fu assolta e rilasciata, quale capo di accusa si può imputare alla Bellezza? Quest’evento fu raccontato in ogni dove, fu così che Prassitele scelse questa cortigiana del 360 a.C. per dare forme e fisionomia all’Afrodite che fusa in bronzo era collocata nella città di Cnido sulle coste dell’Asia minore.

Di quest’opera rimane una copia romana custodita nei musei Vaticani, nella galleria Pio Clementino. I capelli sono scolpiti finemente, con talento. Se lo scultore che formò la Venere di Willendorf avesse usato il marmo io e te avremmo trovato la medesima qualità. L’acconciatura è semplicemente elegante, i capelli raccolti dietro la nuca con le onde delle chiome interrotte da una fascia che gira sopra le orecchie. Lo sguardo pensoso, quasi malinconico, si sta voltando a guardare chi la sta guardando. La gamba destra è ferma, la sinistra sta per muovere in avanti, un passo, il primo… L’ipotesi è che la statua originaria fosse collocata verso una fontana come a indicare che Venere sta ritornando nell’elemento da cui fu creata. Lei è nuda, con la mano destra copre il pube e con la sinistra tiene una veste che sta poggiando su di un’anfora rialzata da un plinto. Sul braccio sinistro, a metà del bicipite, porta un bracciale da schiava.

Che cosa voleva farci capire Prassitele 2350 anni fa, anno più, anno meno? Venere, la dea della bellezza, sta ritornando verso l’acqua da cui nacque dopo lo scontro di Crono con suo padre Urano. È come ammettere che la dea della bellezza, nonostante fosse solo essenza del trascendente, senta come una donna comune, in carne e ossa, il bisogno di ritornare alle origini per riemergere dall’acqua pura e rinnovata. Ha un bracciale da schiava ed è posto sul braccio sinistro che simboleggia la passione. Nuda, si nasconde il pube come a sorprendersi pudica, con la propria veste copre un contenitore, un’anfora riccamente decorata. Forse gli antichi attraverso Prassitele volevano dirci che Afrodite, dea della bellezza, ha dovuto sopportare la schiavitù delle passioni, del possesso, della cupidigia, prima di ritrovare l’Eros, l’amore consapevole? Lei ha dovuto soffrire a causa del possesso e della bramosia per capire che era bene orientarsi, infine, verso il cammino delle origini e imparare ancora che c’è una bellezza essenziale più importante di quella che palesemente rivela un corpo “contenitore?”.“A me lo chiedi?”, fece lui prendendo un’altra focaccia da un altro cesto appena arrivato. “No non te lo chiedo, o forse sì, cioè, ti pare possibile?”. “Le domande le faccio io”, mi rispose e finalmente rise, “continua”. “È un’ipotesi, ma gli elementi che emergono dall’opera e dai documenti permettono un’analisi che potrebbe esser molto vicina alle intenzioni di Prassitele.

Pensa, una figura di donna ci indica, dopo 2350 anni, che la bellezza esteriore è niente se non si riscopre quella interiore, quella che è nascosta dentro l’anfora, il corpo, il contenitore. Le passioni, se inconsapevoli, portano ad essere schiavi del possesso, della bramosia, della cupidigia, della gelosia malata che troppo spesso ha spinto ad uccidere. La cupidigia, figlia di Cupido, contrasta con l’amore consapevole governato invece da Eros. Due figure in una. Quando l’amore è inconsapevole, porta disordine e sofferenza, quando è consapevole dal caos fa nascere il Cosmo, la Bellezza”. “Dunque, fammi capire”, disse lui sporgendosi verso di me come a vedermi meglio, “La bellezza è dunque anche l’amore consapevole, l’Eros che permise a Gea di creare il cosmo, è il coraggio di rinascere così come fece Afrodite che benché dea non esitò, coprì il suo soma e si reimmerse nell’acqua, con i lineamenti presi in prestito da Frine?”. “Sì è così, ma senti questa: nel 1859 d.C. Francesco Hayez dipinge un quadro che lo rende celebre: il bacio. L’immagine è quella di due ragazzi che si salutano baciandosi di nascosto nell’androne di un palazzo.

Ciò che appare evidente è che un giovane è entrato furtivo per vedere la sua amata prima di una partenza importante che cambierà la sorte e la storia. Lei è vestita come una giovane di nobile e ricca famiglia. Lui sta per andarsene, fuggire. Al fianco, fissato nella cintura ha infoderato un pugnale, il piede sinistro è già sul primo gradino, quello destro è saldo regge la gamba dritta, ferma e stabile. Con la mano sinistra le regge il capo, con la destra le carezza la gota; lei, esile, lo abbraccia, e con gli occhi socchiusi ricambia il bacio.

La posa della ragazza fa immaginare che la sua mano destra sia sul fianco di lui mentre la sinistra sembra trattenerlo perché il tempo si possa fermare e il destino cambi, per la forza dell’amore, il suo disegno. Un triste disegno che sembra già dare i suoi segnali, due in particolare: una donna che sembra essere la nutrice, controlla dalle scale che s’intuiscono nella parte bassa del quadro, a sinistra; è simbolo di qualcosa che va protetto, curato perché nessuno deve rubare il tempo agli innamorati. Poi l’ombra che i due abbracciati proiettano sulle scale e sulla parete. Quell’ombra non ha nulla di antropomorfo, non ha nulla di quei due innamorati, sta a simboleggiare un presagio, un presentimento che lei, che lo bacia con gli occhi socchiusi, sembra percepire.

Quel ragazzo invece non può intuire, né percepire, né evitare. È già sul primo gradino, sulla via, vuole partire, è armato, si sente sicuro. Con la sinistra tiene il capo di lei, con la destra l’accarezza. Guarda come Hayez descrive l’indice e il medio a sfiorare il viso di lei. Solo la donna sembra intuire che quel bacio sarà l’ultimo, la sua mano sinistra sembra ghermirlo, trattenerlo, ma l’elsa del pugnale piega e forza il fianco della ragazza quasi a indicare che l’uomo in arme non ascolterà la voce del Femminile, non si farà irradiare dalla Bellezza di Afrodite, dalla ragione dei sentimenti: andrà incontro al suo destino”. “Ma è il destino che aspetta ogni eroe, ogni guerriero”, mi fa lui stringendo il coltello col pugno poggiato sul tavolo come fosse un pugnale o una bandiera. “Fa parte della storia d’ogni uomo, può la bellezza cambiare questo porco mondo? Può far capire agli uomini di potere, ai politici che si deve tornare alle origini, all’acqua e organizzare una economia che si fondi sull’uomo e per l’uomo e non sulla speculazione economica di lobby criminali?”. “Che ne so io?”, gli risposi sorridendo, “mi hai chiesto di parlare di Bellezza, mica di politica?”. Per un attimo sembrò come ripetere i pensieri a voce bassa. “Che pensi?”, gli chiesi. Posò il coltello a fianco del piatto e distese la mano col palmo verso la tovaglia di carta paglia, chinò la testa su di un fianco e come a guardare le cose in maniera diversa: “penso che, in effetti, quanta e quale bellezza può nascere dalle banche che finanziano fabbricanti di armi? Quanta e quale bellezza può nascere da chi alimenta economie inique e considera come metro di giudizio le diversità raziali? Che bellezza può nascere dalla tolleranza e quale invece dalla comprensione e dalla consapevolezza?”.

Sorrise ma era triste, gli riempii di nuovo il bicchiere, serrò le labbra come a trattenere un sospiro, poi aggrottò la fronte, ne distese le rughe con le dita. Senza dire nulla annuiva col capo. Prese il nastrino di raso rosso e lo girò tra le dita, con un fare consueto. Avrei voluto fermare quel tempo e fissare quei momenti, ma non ho imparato ancora come fare. Poi, all’improvviso, dandomi una manata in fronte gli dico: “aspetta non ti ho detto che cazzo ha combinato un allievo di Hayez, un tale Girolamo Induno.

Lui completò iconologicamente la storia iniziata dal maestro, nel 1862, esattamente tre anni dopo il bacio. L’opera s’intitola “triste presentimento”. È come se Girolamo avesse avuto l’ispirazione per continuare la sceneggiatura iniziata dal maestro. Guarda nel tablet, ecco il quadro. Una giovane donna è seduta sul letto, si è svegliata da poco, sembra scossa, il volto è triste e pensoso. Un sogno forse l’ha fatta svegliare, un sogno che sente come un presagio, un triste presentimento. Ha preso l’immagine dell’amato dipinta su un medaglione, la guarda con tristezza e malinconia, quasi a carpire da quella piccola icona un ricordo che possa colorare quei neri pensieri che nel sonno, in quel letto, si sono manifestati. Ma il pittore, come il suo maestro, ci dà altri simboli perché l’osservatore attento possa capire la bellezza della storia che per immagini si sta narrando. Quella ragazza, nell’intenzione dell’artista, è probabilmente quella ritratta da Hayez nel bacio.

Dalla finestra arriva la luce del mattino, illumina una stanza semplice dai muri intonacati in maniera anonima. Sulla finestra una candela spenta. La ragazza indossa la camicia da notte, è seduta sul letto dove il presagio da sogno è divenuto presentimento. Lei appare indifesa, scalza, con i piedi sospesi. I capelli intrecciati poggiano sulla spalla destra e giungono sul seno.

La sua ombra scurisce di più l’angolo già in penombra dall’anta interna. Nel focolare, simbolo della famiglia, non c’è né fuoco, né cenere, né ci sarà più poiché nell’antro del caminetto è posto il lavabo e quindi l’acqua. Sulla sedia la divisa da Garibaldino e nella nicchia alle spalle di lei il busto di Garibaldi. La ragazza sta aspettando un uomo che ha dato la sua vita per un ideale, non c’è fonogramma, né telegramma, né mail, né sms, né lettera elettronica. Lei semplicemente avverte, percepisce in cuor suo che lui non è più, è morto da eroe combattendo al comando di un altro eroe. Ma c’è un altro particolare che è prologo e insieme epilogo di quella “sceneggiatura” che Induno realizza con quest’opera: sulla parete dietro alla ragazza, vicino alla mensola del focolare, c’è una piccola riproduzione in monocromo del bacio di Francesco Hayez. La ragazza nell’androne del palazzo aveva percepito che quello non era un semplice bacio per salutare lui che partiva, non era un saluto, né un arrivederci né un “ti aspetto qui”, ma piuttosto un addio. Lei lo baciava e insieme voleva trattenerlo, i suoi occhi non erano chiusi, ma aperti come se le sue labbra su quelle di lui avessero acceso quella percezione, quella bellezza che fa comprendere ciò che la razionalità non riesce a spiegare”. “Io prendo un dolce” guardò la cameriera che veloce e sorridente ci portò i menù”, “un dolce è proprio quello che ci vuole ora”. “Ok lo prendo anche io”. “Che opera d’arte ci accompagneresti al dolce?”, mi fece guardandomi da sopra gli occhiali, “Che ne pensi di un altro bacio? Quello di Klimt dai”. “In effetti” continuai io, “Klimt di bellezza se ne intendeva eccome, e in questo quadro c’è quanto di meglio possiamo chiedere. Del bacio di Klimt ne parlano tutti è forse più famoso della Gioconda”. “Hai ragione” disse sorridendo finalmente, “di quest’opera ne parla la storia dell’arte, ma anche i media soprattutto quando è il quattrodici febbraio o l’otto marzo.

A Vienna ho visto l’immagine stampata su gadget d’ogni tipo, persino cavatappi e poi poster, magneti da frigorifero, elementi decorativi, ma anche fazzoletti per il naso, asciugamani e carta igienica. È la barbarie del fast food e dell’usa e getta, si ha fretta ed è necessario agire con rapidità, si deve far tutto e subito. Anche le immagini si recepiscono in maniera veloce, con sguardi rapidi. Il messaggio dev’essere immediato di pronta comprensione.

La riflessione e la contemplazione non sono adeguate alla velocità e quindi inutili”. “Hai ragione” gli dissi “hai sintetizzato benissimo, io non sarei tato capace di fare meglio. In effetti alcune immagini sono state pensate perché se ne percepisca il senso con la riflessione, come fossero una sorta di specchio, speculum che serve ad esplorare un altro mondo, addentrarci nel mistero, conoscere un’altra realtà. E pensa: un uomo che regge la testa di una donna per darle un bacio sulla guancia mentre lei frena la mano di lui che le serra il viso, viene considerato comunque un bacio. Non importa che lei tenga il volto incassato tra le spalle come a proteggersi, né che abbia l’espressione di chi quel bacio lo sta, se non proprio subendo, certamente tollerando. Non è importante che ci si accorga se lei è compiacente o meno, né che si identifichino i simboli con cui il pittore ha adornato entrambi. Ciò che è evidente è che lui bacia lei e quindi di bacio si tratta.

Troppa è la velocità di questi tempi per andare oltre l’apparenza”. “Mi chiedo da che cosa si scappi e verso cosa si corra”, fece lui ridendo e scuotendo la testa. “Dai continua che arriva il dolce”. “Allora, l’opera è una delle ultime dipinte da Gustav Klimt, come dicevi tu, è tra quelle più riprodotte. Ma se guardi attentamente è evidente che di tutto si tratta tranne che di un effusione amorosa, non si avvicina nemmeno un po’ all’aura romantica, drammatica, tenera e intensa dipinta cent’anni prima da Hayez. Un bacio c’è, questo è chiaro, ma Klimt che di simboli se ne intendeva, ha voluto raccontarci un’altra storia… L’uomo con la mano destra sta serrando il volto di lei, le dita della mano sono strette, dritte a fermare il mento e la guancia della giovane donna, ma non gli basta: con la sinistra, da dietro la nuca, stringe la tempia sinistra di lei e avvicina a se il viso bellissimo e serio di una ragazza dai capelli rossi, dalla bocca serrata e gli occhi chiusi.

L’espressione non è per nulla quella di una ragazza compiaciuta di essere baciata, tant’è che con la mano sinistra frena e trattiene la mano destra di lui. La passione trattiene la ragione, a conferma di questo c’è la mano destra che, semichiusa, è abbandonata sul collo di lui. Lei non accarezza, tollera, accetta, ma non partecipa, permette soltanto che lui la baci e capisca il dono. Il dono? Quale dono? Klimt disegna e colora i simboli della vita e della rinascita sulla veste della donna: ovali, spirali e cerchi e poi triangoli d’oro che come pioggia scendono su di un prato fiorito, primaverile.

Quella donna è il simbolo stesso della vita che rinasce e compie nel Femminile una nuova primavera. L’uomo ha una veste piena di simboli di morte: rettangoli neri, spirali sciolte e semiaperte, quadrati e poi una corona in capo, si riconoscono le foglie ma non è alloro; Klimt non ha voluto far intendere che l’uomo sia un eroe, e nemmeno un poeta. Quella pianta che fa da corona è edera, una pianta parassita, vive solo se succhia la linfa da un’altra pianta. Quel quadro non rappresenta un bacio, ma raffigura un riconoscere nella donna l’albero della vita e della rinascita: la Bellezza. L’Europa in quel periodo si stava arroventando in conflitti politici che sarebbero sfociati nella prima grande guerra. Il “bacio” di Klimt vuole suggerire che se l’uomo non riconosce nella donna la ragione dei sentimenti, non potrà spogliarsi della veste di morte tipica del guerriero, perderà il suo tempo in un’economia dissennata, basata su armi, guerre e profitti per pochi.

La madre terra sarà colorata del sangue dei suoi figli e perderà i suoi profumi. I profumi degli anemoni che il Maestro viennese dipinge come nati dalle estremità della donna”. Lui scansò il piattino del dolce e chiese il conto, feci cenno per prendere il portafoglio, ma lui mi fermò con un cenno della mano e disse: “chissà quando mi ricapiterà di pagarti una cena e di parlare così, con te,come stasera. L’uomo non impara mai, pare più bravo a replicare distruzione e guerre, la bellezza la considera come causa e sintomo di possesso e vizio”. Prese con delicatezza il bicchierino con l’amaro che l’oste ci aveva messo sul banco. Uscimmo dalla locanda e ci avvolse ancora quel vento freddo, come fosse rimasto lì fuori ad aspettarci. Lui si strinse il bavero del cappotto con la mano destra poi tirò su il colletto a toccare le falde del cappello da dietro. Camminavamo l’uno a fianco all’altro, il vento soffiava forte ma non dava fastidio.

Gli indicai la luce della casa, ma lui si fermò, mi salutò con un cenno di mano sfiorandosi il bordo del cappello, vedevo la luce dei suoi occhi stretti per il freddo, “Ciao”, mi disse, si voltò e col vento e il buio della notte se ne andò. Girai l’angolo, la via mi riparava dalla brezza, ripensavo alla voce, ai suoni delle posate sui piatti. Ebbi come un senso di smarrimento e guardai i lampioni come a cercare qualcosa che mi desse un senso reale di luogo e spazio. Misi le mani in tasca a cercare le chiavi, non che mi servissero in quel momento, l’auto era distante, ma volevo scaldarmi e sentire il freddo del metallo per poter dire a me stesso: “sono qui, la vita continua, ‘fanculo la fantasia, la malinconia e i ricordi”. Suonò lontano una campana, le dita sentirono il freddo rotondo delle chiavi di casa, poi quello più spesso e piatto delle chiavi della macchina, poi qualcosa di morbido e liscio, che tirai fuori, tra le dita avevo il nastrino di raso rosso, guardai verso le nuvole e scorsi delle stelle, respirai profondo col naso: “parlami della Bellezza”.

Professor Alberto

Focus — Photographer portfolio Responsive Joomla Template