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_ La Maschera
La Maschera

Persona e personaggio - apparenza e verità

In un tempo come questo parlare della maschera non è più sinonimo di Carnevale, la festa che precede la Quaresima e quindi la Pasqua è solo un aspetto di un simbolo che nasconde universi infiniti, affascinanti. Maschere diverse e uguali, opposte uniche e assolute ma sempre complementari alla persona che le indossa. Secondo una tradizione africana le maschere non vengono infilate, sono loro che scelgono chi le dovrà indossare. Quasi che la persona interiore che alberga in ogni essere, senta la necessità di scegliere una forma diversa dal corpo che la contiene, in modo da vestirsi di inconsueto e divenir così più vera … L’anima, lo spirito, la psiche, effimera, eterea e incorporea viva e vera per mezzo della maschera vive un breve tempo nel microcosmo della razionalità.

L'uso della maschera si perde nel tempo, non si conoscono le sue origini; certo è che si ritrovano documenti e immagini di uomini e donne col viso mascherato in graffiti e necropoli appartenenti a popoli diversi sia per tradizione, cultura e locazione geografica. Come se un'unica coscienza e necessità abbia ispirato i cuori e le menti dell’uomo indipendentemente dal luogo, e dal tempo.

Certo è che l’uso della maschera era anche riservata a riti propiziatori e questa funzione si può già ritrovare all’origine della storia degli uomini: si usavano maschere per propiziare una buona caccia e soprattutto nell’ambito di riti magici e religiosi. Sacerdoti, stregoni, sciamani, maghi, esorcisti usavano maschere che non solo li distinguevano dagli uomini “normali” ma rappresentavano in modo antropomorfico l’essenza divina o demoniaca. La maschera era quindi una sorta di varco per collegare la parte razionale con quella eterea spirituale ed extraterrena.

Il termine maschera derivante dal longobardo, ma ci sono esempi anche nel medievale antico, "mascka" significava , larva , strega, maga, ma anche demonio.

Questi significati non devono però trarre in inganno, la maschera non era presagio di morte o di cosa oscura e triste, essa è sempre varco, tramite, immagine della persona interiore, sorta di ponte verso quell’universo immaginifico e fantastico parallelo o superiore al mondo reale.   Il termine “maska” come larva non era dispregiativo: la larva per gli antichi era il primo stadio dell’anima che strisciava in terra e doveva divenir crisalide e salire l’albero (tramite tra terra–radici e cielo-rami-fronde) per poi divenire perfetta farfalla simmetrica, forma equilibrata e purificata. Lo stesso vale per il termine “strega”, che non definiva un essere femminile che faceva intrugli strani e pozioni magiche a danno di qualcuno, né era la serva di satana. La strega era il tramite femminile tra l’umano e l’essenza dell’universo; la maschera serviva a queste donne per far sì che l’energia degli spiriti potesse manifestarsi ai viventi e quindi consigliare, guarire, indicare nuove vie,
 liberare i pensieri. Lo stessa cosa vale per ildemone; solo in epoca settecentesca il demone è stato considerato “demonio” e quindi sinonimo di diavolo, figlio e seguace di Lucifero, ma anticamente il demone era uno spirito che veniva oserei dire, in una ipotetica scala di importanza, poco dopo gli angeli custodi. Il demone era ildaemon cioè il tramite tra l’essenza divina e l’uomo. I demoni erano spiriti benigni in genere uniti alla natura e indicavano all’uomo cosa fare con l’amata, con la moglie che non partoriva, con gli  animali, con il tempo e con i campi da seminare. Demoni erano gli elfi, gli gnomi, le fate, depositari di sapienze che l’uomo poteva solo intuire, piuttosto simili alle ninfe, alle muse, ai satiri del Parnaso di ellenica memoria.


La maschera è stata associata al Carnevale che si celebra nei paesi di tradizione cristiano- cattolica, in quanto il mascheramento  permette quella trasformazione prevista dalla filosofia carnevalesca. Nel Carnevale la maschera ha il potere di capovolgere la realtà dando sfogo alla fantasia: in questo caso la maschera cela, nasconde la realtà perché possano essere la fantasia e l’immaginazione a rivestire la materia. Non c’è solo il gusto di dare sfogo e voce all’anima, alla persona interiore, (cosa che avviene solo in rari casi): lo scopo principale della maschera carnevalesca è quello di rovesciare l’ordine sociale, di essere quel che non si vorrebbe mai essere o di apparire ciò che si spera di divenire.

La maschera del Carnevale è tramite tra il popolo e il potere, borghesia, nobiltà e alto clero. È la burla dell’ordine precostituito prima che la severa quaresima venga a far premessa alla festa della rinascita nella resurrezione di Cristo, la Pasqua. 


I caratteri e gli elementi simbolici, maschera compresa, del carnevale hanno origine in festività molto più antiche. Un esempio erano le feste dionisiache greche e romane: era un bisogno di liberarsi dagli obblighi sociali per lasciare posto alla libertà che donava il Dio dell’ebbrezza Dioniso, Bacco per i Romani. Ma anche qui si considerare che tante tradizioni si sono evolute quando la cultura greca si è unita a quella latina: l’ebbrezza del vino non era ubriacatura ma il congiungere la parte razionale, la ragione con quella dell’eros e della psiche, l’animum.
 
Le feste dionisiache avevano lo scopo di elevare la persona interiore per raggiungere la somma verità (“in vino veritas”). Tutto ciò che si vede ancor oggi in ambito carnevalesco altro non è che una elaborazione giocosa di culti religiosi che si svolgevano anche nei saturnali romani. In epoca rinascimentale, a Firenze, i Medici organizzavano grandi mascherate su carri detti “trionfi”, accompagnate da canti e balli, di cui celebre è il Trionfo di Bacco e Arianna, di cui Lorenzo il Magnifico fu autore.

Arianna viene lasciata sull’isola di Naxos da Teseo, il quale, per merito del famoso filo di lei, aveva risolto i meandri del labirinto e ucciso il minotauro. La fanciulla piange e i suoi lamenti giungono alle orecchie di Dioniso (Bacco) che se ne innamora e decide di sposarla: per le nozze, le fa dono di un diadema d'oro creato da Efesto (dio del fuoco) che, lanciato in cielo, va a formare la costellazione della Corona Boreale. Dioniso porta Arianna in un trionfo che viene ripreso da più pittori, soprattutto in epoca barocca.

La maschera e il mascherarsi avevano quindi un valore rituale specifico, erano paramento che serviva alla persona deputata a svolgere il rito per essere tramite tra l’assoluto e le creature.


Gli antichi usavano le maschere nei trionfi nelle feste, nei baccanali, nelle solennità pubbliche e la cultura pagana usava mascherarsi per celebrare i solstizi e la nuova stagione. Più tardi l’uso di mascherarsi venne in uso presso i cristiani che relegarono il simbolo di maschera a quello del tempo prima della quaresima, acquisendo la libertà di raffigurare  qualunque persona o cosa. 

Dal medioevo in poi le maschere compaiono come raffigurazione del buffonesco dando immagine allo spirito popolare e a figure emblema delle regione italiane.

Se teatro è dare visione alla memoria e a ciò che solo la rappresentazione scenica può far divenire realtà, il passaggio all’utilizzo della maschera nello spettacolo fu breve.

Il memoriale che ogni rito religioso ripercorre nella lettura dei testi sacri è un parallelo strettissimo con la scena teatrale che fa rivivere emozioni, sentimenti e sensazioni ai fatti che appartengono ai ricordi, per cui la peculiarità della maschera di essere sintesi simultanea di raffigurazione e rappresentazione conferì al teatro una funzione sociale grandissima. A teatro ci si istruiva, si formavano le nuove generazioni con la rappresentazione scenica di storie antiche, epiche, si faceva l’esperienza della catarsi. Le maschere del teatro greco, avevano, oltre tutto, la capacità di amplificare la voce degli attori.


La parola greca “prosopon” ed il latino “persona-ae” che designano la mascheradell’attore hanno dato origine al termine italiano “persona”. Ma da “prosopon” derivò il termine, ormai in disuso, di “prosopopea” che indicava la personalità, il carattere, la voce interiore che si esprimeva nei modi e nel tono vocale. Nei secoli però questo termine è divenuto sinonimo di maschera boriosa e di persona presuntuosa, arrogante e superba. Ma la “prosopon” identifica l’universo interiore che si manifesta nei comportamenti nei gesti e nella relazione di ogni persona con il suo esterno.


“Prosopon” e “personae”:  “persona” è il termine che Jung adotterà per indicare la “maschera” che l’individuo assume nelle relazioni e nel rapporto con ciò che lo circonda. Secondo Jung ciò non è da intendersi come falsità o manipolazione, ma come identificazione con alcuni aspetti che prendono il sopravvento, e come scarsa consapevolezza di ciò che fa parte della propria interiorità e che va al di là del ruolo sociale.

L' uomo mascherato divenne ciò che egli stesso voleva rappresentare e tale egli appariva agli spettator. Come il dio si manifestava attraverso il rito del sacerdote, così, tramite l’attore, il personaggio diveniva persona.


Nel periodo tardorinascimentale la maschera assunse anche un valore ornamentale e artistico, associato e derivato dalla rappresentazione scenica: è qui che “l’architettura effimera” diventa branca effettiva dell’architettura. Nei secoli successivi la maschera divenne facile mezzo per coprire scandali ed intrighi.  La Commedia dell’Arte, dalla seconda metà del 1500 fino a tutto il ‘700, costituì il fenomeno più singolare della storia teatrale: nacque l’attore che recitava con le maschere del teatro italiano rappresentando in scena fatti di vita quotidiana che coinvolgevano e divertivano il pubblico in maniera diretta, esasperando i ruoli e creando personaggi che sono diventati patrimonio della cultura letteraria non solo italiana ma mondiale.


La maschera è stata anche utilizzata da innumerevoli popolazioni sin dall’età arcaica come paramento sacro raramente sostituito, ma spesso affiancato, da pitture sul corpo tatuaggi o sacrificazioni. La maschera è in questo caso efficace mezzo di comunicazione tra gli uomini e la divinità; la maschera e i suoi corredi, copricapo, stole, vesti, permettevano al celebrante di alienarsi dalle convenzioni spazio-temporali, al fine di proiettarsi all'interno di un mondo ‘altro', divino, rituale, mistico. Colui che indossa la maschera perde la propria identità per assumere quella dall'oggetto rituale rappresentato. Per cui lo stregone o la strega erano vicini al dio Saturno, o a Proserpina, alle divinità dei boschi, mentre lo sciamano entrava in trance  e comunicava con le anime dei trapassati.

Da alcune pitture rupestri del paleolitico superiore rinvenute in Francia, nel Sahara e nell’Africa meridionale, si evince che le maschere furono utilizzate per pratiche di magia omeopatica e per guarire da malattie e malanni vari. Sono anche evidenti l’uso di mascheramenti nell’ambito di danze propiziatorie per la caccia. la guerra, le pratiche funerarie.


Un chiaro esempio dell’uso funerario della maschera è quello del trattamento dei defunti presso la civiltà Egizia, di cui si hanno testimonianze e reperti fin dall'Antico regno, sino all'Epoca Romana (I secolo d.C.). Maschere funerarie sono state rinvenute nelle tombe regali di Micene e sono stati i Fenici che ne hanno diffuso l’uso nelle zone occidentali già dominate cartaginesi. Nella Grecia arcaica e in quella classica la maschera non viene più posta sul volto ma resta pur sempre legata alla sfera della morte; le maschere esprimono l’ira degli dei (maschere rituali di divinità nel loro aspetto irato, esibite dai sacerdoti, in particolare durante rituali misterici) che mettono in fuga gli spiriti maligni e quelli che non permettono la rinascita al trapassato. In questa tipologia di impiego la maschera è spesso uno strumento di comunicazione con lo spirito del defunto per evitare che questi rechi danno ai congiunti o che possa giungere in luoghi dove la sua evoluzione sarebbe bloccata.

La mostra la Maschera persona e personaggio - apparenza e verità si realizza con l’esposizione di opere che sono l’espressione del concetto di Maschera intesa come allegoria che nasconde una verità e allo stesso tempo la rivela come nessun altro simbolo potrebbe. 
Il Carnevale, per questo evento, è soltanto un aspetto occasionale, un pretesto in cui una cultura (cristiano-cattolica) si riconosce.
Gli artisti convocati elaboreranno la propria immagine su un supporto che corrisponde per misure al rettangolo aureo (misure massime 100 X 90 minime 80 X 60).
L’artista è colui che riesce a fissare e a dare visibilità all’invisibile, a ciò che per definizione non può essere rappresentato che con la creatività. Il tema del simbolo della maschera può effettivamente offrire l’ispirazione più appropriata per la realizzazione dell’opera.

Ogni artista produrrà un’opera e un’opera sola che verrà consegnata allo scrivente entro il 30 gennaio 2010 corredata da una foto della stessa in formato elettronico; la foto può essere inviata allo scrivente in formato jpg alla mailsegnidiairone@libero.it

La mostra verrà ospitata nella prestigiosa sede Magazzini del sale – Reale Società Canottieri Bucintoro, Dorsoduro 263 Venezia, uno spazio incluso nelle attività della Biennale di Venezia.

La mostra durerà dal 6 al 16 febbraio, sarà inaugurata da una conferenza tenuta dallo scrivente nel pomeriggio del 6. Durante  la mostra ci saranno altre due conferenze tenute una al dott. Giovanni Sorge, antropologo e semiologo dell’università di Zurigo, che tratterà degli aspetti antropologici della maschera e delle valenza simboliche che Carl Gustav Jung dava al mascherarsi. L’altra conferenza sarà tenuta dal dott. Pierluigi Brustenghi, neuropsichiatra della Clinica universitaria di Perugia, che tratterà la parte educativa e la presenza della maschera nella coscienza evolutiva dell’uomo e della donna. Entrambe le conferenze avranno luogo negli spazi della mostra in date e giorni da stabilire; si presume che la prima possa tenersi il 12 e l’altra a chiusura dell’evento. L’evento sarà pubblicizzato a carattere nazionale sia da organi di stampa che televisivi e ha il patrocinio del Comune di Venezia, Assessorato alla cultura. Si sta aspettando al conferma ufficiale perché sia inserita come evento ufficiale del Carnevale di Venezia.

Per la consegna delle opere o maggiori informazioni scrivere a: segnidiairone@libero.it